LICEI: ALZARE LA GUARDIA ORA! UNA RIFORMA CHE VUOLE CHIUDERE IL CERCHIO DELLA DESTRUTTURAZIONE DELLA SCUOLA PUBBLICA

16 Maggio 2026

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Le nuove Indicazioni Nazionali per i licei non sono, come si vorrebbe far credere, un semplice “aggiornamento” dei programmi. Sono un passaggio politico decisivo dentro un processo più ampio che sta ridisegnando la scuola pubblica italiana. Un processo che parte dalle Nuove Indicazioni per il primo ciclo, prosegue con la Riforma degli Istituti Tecnici e Professionali e arriva oggi ai Licei per chiudere il cerchio: la realizzazione di un percorso culturale-ideologico che spazzerebbe via ogni reminiscenza democratica a favore di una cultura tipicamente “ariana”.

Se ci si fermasse alla superficie, le novità potrebbero apparire moderate: il ritorno di storia e geografia separate, l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei curricoli, una maggiore enfasi sulla lettura e sulle competenze trasversali.

Ma è guardando dentro l’impianto complessivo che emerge la vera portata del cambiamento.

Le nuove Indicazioni per i Licei non si limitano a dire cosa insegnare: stabiliscono un modello di scuola e di sapere. Il liceo viene ridefinito come luogo in cui si costruisce una certa “forma” della persona, attraverso lo studio inteso non solo come conoscenza, ma come disciplina, autocontrollo, interiorizzazione di regole e comportamenti. Il sapere perde progressivamente la sua funzione emancipativa e critica e viene ricondotto a un processo di adattamento e a un ordine culturale preconfezionato.

È qui che emerge con forza una questione culturale decisiva: nonostante i continui richiami alla “centralità della storia”, la dimensione storica come pratica critica viene in realtà marginalizzata. Scompare o viene fortemente indebolita la storiografia, cioè il confronto tra interpretazioni, la costruzione del pensiero storico, la capacità di leggere i conflitti e le contraddizioni del passato e del presente.

Al suo posto si afferma una didattica centrata sul testo, sull’analisi puntuale e decontestualizzata, che rischia di frammentare il sapere e di impedire visioni sistemiche. Non è un dettaglio tecnico: è una scelta politico-culturale precisa. Senza storia come interpretazione, senza conflitto tra punti di vista, si indeboliscono gli strumenti critici necessari per comprendere la realtà.

Parallelamente, si rafforza una visione gerarchica dei percorsi scolastici. I Licei vengono presentati come il luogo della formazione “alta”, teorica, mentre gli altri percorsi vengono sempre più piegati alle esigenze produttive. È una separazione che non è solo didattica, ma sociale.

Anche l’introduzione dell’intelligenza artificiale appare più come un’operazione retorica che un progetto educativo coerente: manca una reale progettazione che porti all’integrazione nella didattica di uno strumento tanto potente. Nel frattempo, però, aumentano i compiti impropri dei docenti, obbligati a controllare, validare, progettare, documentare, senza risorse né riconoscimenti adeguati.

Accanto all’impianto culturale, si consolida un dispositivo tecnico-organizzativo che incide profondamente sulla professione docente.

Il sistema della valutazione viene sempre più legato a strumenti come portfolio digitale, piattaforme e dispositivi di certificazione delle competenze. Questi strumenti vengono presentati come innovativi e funzionali all’autonomia dello studente, ma nei fatti producono un effetto opposto: spostano il baricentro della relazione educativa dalla didattica alla rendicontazione.

Il docente viene progressivamente trasformato in un compilatore di rubriche, griglie, documentazioni continue, mentre la valutazione si allontana dalla sua funzione formativa per diventare un dispositivo di controllo e standardizzazione. Allo stesso tempo, si afferma una retorica che marginalizza il ruolo docente, attribuendo centralità a strumenti digitali e processi formalizzati, gestiti e realizzati da oscure entità.

È un cambiamento profondo della professione: meno autonomia reale, più adempimenti, più controllo esterno.

A rendere ancora più grave il quadro è il metodo. Il ministro millanta una “consultazione” del mondo della scuola, ma la sua è una procedura che ha ben poco di democratico. Il documento arriva già costruito nei suoi elementi fondamentali, senza un vero confronto preventivo sulle finalità della riforma. Le scuole sono chiamate a esprimersi a valle, su un impianto già definito.

Persino gli strumenti utilizzati per raccogliere i pareri sono orientati: questionari in cui manca la possibilità di esprimere un dissenso netto, con opzioni di risposta tutte interne a un perimetro già stabilito. Una consultazione che – come quella delle precedenti linee per il primo ciclo – si configura esclusivamente come una ratifica formale più che come un reale processo democratico.

Dentro questo quadro, le nuove Indicazioni per i Licei mostrano con chiarezza il loro significato: non sono un episodio isolato, ma il completamento di un disegno.

La riforma dei tecnici vuole ridurre le ore, anticipare la selezione degli studenti e rafforzare il legame con le imprese. Le Indicazioni del primo ciclo hanno introdotto una forte torsione pedagogica e valoriale. Ora i licei vengono riorganizzati sul piano culturale e simbolico.

Il risultato è una scuola sempre più divisa: da una parte percorsi orientati al lavoro e alle esigenze produttive, dall’altra percorsi che costruiscono una visione culturale selettiva, identitaria, sempre meno critica e auto replicante di un pensiero unico di destra. Due parti di uno stesso meccanismo.

In questo quadro, appare sempre più evidente come la partita che si gioca nella scuola non sia quella dei risibili aumenti salariali. Nella realtà gli aumenti contrattuali non recuperano nemmeno l’inflazione, mentre il potere d’acquisto del personale continua a crollare; eppure, proprio su questi contratti, i sindacati firmatari costruiscono una narrazione di “successo”, legittimando di fatto il Ministro.

Valditara può così vantarsi di aver chiuso contratti, di aver riformato la scuola e di arrivare perfino a sostenere che lo sciopero del 7 maggio (fortemente partecipato) non sia servito a nulla. È una mistificazione pericolosa. Perché mentre si discute di pochi euro in più in busta paga, passa sotto traccia una trasformazione strutturale della scuola pubblica e una manipolazione della società, verso un modello trumpiano di esaltazione del made in Italy e della cultura occidentale.

È su questo terreno che si gioca la partita! Non domani, ma ora.

Serve una risposta collettiva, che unisca tutto il personale della scuola, dagli istituti comprensivi ai tecnici ai licei. Perché il progetto sotteso è unico, e unica deve essere la risposta.

Assemblee sindacali, collegi docenti, delibere, mobilitazioni sono strumenti fondamentali: se questo ultimo tassello delle Indicazioni per i Licei diventasse legge – come è già accaduto per il primo ciclo e per i tecnici – lo spazio per intervenire si ridurrà drasticamente.

Difendere oggi la scuola pubblica – concetto non astratto, ma fondato prioritariamente sul nostro ruolo nei processi educativi – significa difenderne la funzione democratica, culturale, costituzionale. E significa non farlo a segmenti, ma tutti insieme!

 

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